Brienza, inverno 1862: tre colpi nel buio e un nome che resta nei verbali
- brienza1799
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C’è una linea speciale con la quale la storia locale si fa viva: non attraverso grandi discorsi, ma con carte minute, nelle ore annotate con precisione certosina, nei nomi più volte ripetuti perché nessuno possa dire “non sapevo”.
Il documento di cui vi parliamo oggi è proprio così: una cronaca amministrativa e giudiziaria che, tra il 1862 e il 1863, registra la paura quotidiana del brigantaggio nel territorio di Brienza e dintorni.
La voce di quel documento non è neutra: è la voce di chi governa un paese assediato, di chi deve rispondere ai superiori, di chi chiede aiuto e, intanto, conta i danni.
“Per futura memoria dei posteri”
Una frase è scritta come intestazione morale prima ancora che burocratica: “Per futura memoria dei posteri oggi 23 dicembre 1862 in Brienza”.
È un avviso: ciò che segue non è solo un rapporto, ma un ricordo affidato al futuro.
La scena si apre la sera precedente. Quattro briganti — indicati come frazione della banda di Carmine Crocco — arrivano nel tenimento di Brienza e si muovono tra contrade e masserie: Serra, Torre, Ischia. Sono descritti come ex soldati del disciolto esercito borbonico, sbandati, disertori, uomini che passano da un bosco all’altro e vivono di requisizioni, minacce, violenza.
Non sono figure leggendarie: sono uomini con provenienze precise (San Fele, Francavilla), con nomi e soprannomi che tornano nei verbali.
Uno, in particolare, è fissato sulla carta con insistenza: Francesco Saverio Di Mare, detto Tubbellone, “di qui”.
La masseria, la capra, l’assalto
È quasi mezzanotte quando i quattro si fermano nella masseria di Luigi Paternoster, in contrada Ischia. Il dettaglio della capra — “si scorticavano una capra” — rende la scena concreta, domestica, persino banale. Poi, all’improvviso, la guerra.
Arriva un drappello della Guardia Nazionale (dieci uomini) con tre Carabinieri Reali. Prendono posizione, bussano, si apre il fuoco. Il documento parla di ore di conflitto: pallottole, colluttazioni, resistenza. Alla fine, tre briganti restano uccisi. Il quarto, Tubbellone, è preso vivo.
Qui la cronaca cambia tono: non è più solo inseguimento, è giustizia pubblica e sommaria.

Il processo che corre più veloce del giorno
La mattina del 23 dicembre, Tubbellone è condotto in paese.
Il documento registra una sequenza rapida e definitiva: la confessione, l'assistenza religiosa, l'esposizione “al pubblico esempio”, la fucilazione “fuori il Ponte Nuovo”.
La sepoltura distingue chi si è pentito e chi no: Tubbellone nel cimitero, gli altri “impenitenti” nel letto del fiume.
È un passaggio duro, che racconta il clima dell’epoca: la necessità di mostrare forza, di dare un segnale, di spezzare la paura con un rito pubblico.
La voce del prigioniero: l’interrogatorio di Francesco Di Mare
Nel documento è dettagliatamente riportato l'interrogatorio di Francesco Di Mare, vent’anni.
È una delle parti più preziose , perché mostra come un brigante (o presunto tale) racconti la propria traiettoria.
Di Mare affermò di essere stato intercettato nel bosco di Lagopesole mentre indossava ancora gli abiti della guardia mobile: i briganti avrebbero voluto ucciderlo, e lui avrebbe scelto di unirsi a loro per salvarsi. Raccontò di spostamenti tra boschi (di San Cataldo, di Bella), l’unione con altri due sbandati di San Fele, la permanenza in una masseria, il recupero di armi, le minacce per ottenere vestiti e viveri.
Quindi, la frase che pesa come una pietra: affermò che, durante l’attacco alla masseria, aveva sparato due colpi, diretti contro un compagno.
È un dettaglio che apre domande: paura? Tentativo di dissociarsi? Confusione? Strategia per ottenere clemenza? Il documento non commenta: registra.
La decisione: “sia fucilato oggi stesso”
Subito dopo, la Commissione deliberò.
Le motivazioni sono scritte in forma di “considerando”: appartenenza alla comitiva di Crocco, fuoco contro la forza pubblica, confessione di un omicidio recente, cattura con l’arma in mano. La conclusione è netta: fucilazione alle ore 3 pomeridiane al Ponte Nuovo, lo stesso giorno.
È la giustizia dell’emergenza, quella che vuole chiudere prima che il caso diventi esempio di debolezza.

Gli oggetti dei briganti: oro, orologi, fucili
Il 24 dicembre arriva un altro pezzo di verità: il verbale di consegna degli oggetti rinvenuti. Sei anelli (cinque d’oro e uno falso), due orologi, quattro fucili, denaro, cartucce. Questa lista è più che un inventario: è una fotografia sociale. Dice che il brigantaggio non è solo “politica” o “fedeltà”, ma anche bottino, circolazione di beni, rapina, sopravvivenza armata.
1863: la paura non finisce
Il documento non si chiude con la fucilazione. Il 1863 è un susseguirsi di note, circolari, richieste. Si parla di persone sospette, di possibili reclutamenti, di sequestri, richieste di denaro, violenze, perlustrazioni maldestre.
Torna soprattutto una richiesta insistente del sindaco: mandare soldati, una forza regolare che dia coraggio alla popolazione e renda efficace la Guardia Nazionale, descritta spesso come renitente, stanca, impreparata, difficile da disciplinare.
In queste righe si sente la frattura di un’Italia appena unita: nuove leggi, nuove autorità, vecchie fedeltà, miseria, vendette private e un territorio dove il bosco è rifugio e minaccia.

Perché questo documento conta
Per chi studia o ama la storia locale, queste carte valgono più di molte sintesi: mostrano nomi, luoghi, orari, contrade e soprattutto mostrano come una comunità vive l’emergenza. Non c’è romanticismo: c’è amministrazione, paura, repressione, la necessità di “mettere per iscritto” per non essere travolti.
Resta, come un chiodo nella memoria, quella frase iniziale: “per futura memoria dei posteri”. È come se chi scriveva sapesse che, un giorno, qualcuno avrebbe letto non solo per sapere “cosa è successo”, ma per capire come ci si sentiva a vivere a Brienza quando il confine tra notte e legge era sottile quanto una porta di masseria.
Nota: i pochi atti relativi alla cattura, al processo e all’esecuzione di Francesco Di Mare furono salvati da Mariano Collazzo e sono conservati nell'Archivio che ha lasciato.


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