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Palazzi storici di Brienza: storie di famiglie, terremoti e rinascite nel cuore del borgo

Brienza è un borgo che si legge anche “in verticale”: dal Castello Caracciolo alle strade che scendono verso la Piazza e le antiche rue, ogni facciata racconta un pezzo di storia. In questo articolo facciamo una passeggiata tra alcuni palazzi e luoghi simbolo, seguendo tracce d’archivio, catasti e memorie familiari. Emerge un racconto fatto di professioni, matrimoni, committenze, ricostruzioni e – soprattutto – di un evento che ha segnato l’assetto urbano: il terremoto del 1857.


Una mappa narrativa: palazzi come “archivi di pietra”

Quando si parla di palazzi storici non si parla solo di architettura. Ogni edificio importante è anche un “archivio di pietra”: conserva nelle sue trasformazioni le ambizioni di una famiglia, le risorse economiche di un’epoca, le mode artistiche e perfino le paure (come quelle legate ai terremoti). Il documento da cui prendiamo spunto raccoglie note storiche su diversi palazzi di Brienza, intrecciando genealogie e dettagli concreti: quante stanze, dove si trovavano, chi li abitava, come venivano ampliati e con quali contratti.


Palazzo Conforti (Giampietro): dall’affresco del 1727 al cantiere dell’Ottocento


La prima evidenza documentale della presenza dei Giampietro a Brienza risale al 1727: Leonardo Giampietro realizzò un affresco con la Deposizione nella Sala del Refettorio del Convento dei Frati Minori, firmandosi come autore. È un dettaglio prezioso: ci dice che la famiglia non era solo “di passaggio”, ma già inserita nel tessuto culturale e religioso del paese.

Nel Catasto Onciario del 1746 troviamo un quadro familiare molto vivido: Donato Giampietro, medico (dottore fisico), vive con fratelli e sorella; tra loro c’è anche Pietro, pittore. Donato dichiara una casa “non ancora finita” di sei stanze nella rua di San Rocco. Il matrimonio con Agata Menafra – famiglia tra le più in vista e facoltose – conferma l’ascesa sociale dei Giampietro: professioni e alleanze contano quanto i beni immobili.

Il salto di scala arriva nell’Ottocento. Nel 1823 Luigi Giampietro commissiona la “intera fabrica” di un palazzo nel luogo detto “Portone della Croce” (l’attuale area di Piazza Conforti). Il contratto è ricchissimo di particolari: lavorazioni in pietra, bussole per balconi e finestre, portone “come quello” dei Wancolle di Polla, tempi di consegna distribuiti su quattro anni e perfino una clausola curiosa: il committente si obbliga a fornire allo scarpentino due barili di vino. Se i tempi furono rispettati, il palazzo fu terminato nel 1828, almeno per il primo piano.

La vita del palazzo, però, non è lineare. Nel palazzo di San Rocco continuano a vivere diversi rami della famiglia; nel 1842 i fratelli dividono l’eredità e il palazzo di San Rocco era allora ancora a un solo piano con giardino, mentre era già iniziata la costruzione del secondo piano . Con il terremoto del 1857 l’edificio non crollò, ma richiese una ricostruzione indispensabile, realizzata tra 1858 e 1862. È un passaggio chiave per capire perché molti palazzi oggi mostrano stratificazioni e “ripartenze” architettoniche.

Un’ultima fotografia d’inizio Novecento arriva dai capitoli matrimoniali del 1904: una “casa palazziata con attiguo orto a secco” in via San Rocco viene valutata e descritta come bene dotale. Anche qui, la casa non è solo un edificio: è capitale familiare, garanzia economica, simbolo di status.


Palazzo Paternoster (via Mario Pagano): una famiglia antica e una casa che rinasce nel 1860


I Paternoster compaiono a Brienza sin dal XVI secolo. Le note ricordano come due fratelli, ereditando da uno zio ricco, si stabilirono in due case diverse: un indizio di come la ricchezza immobiliare potesse “ramificare” una famiglia nel tessuto urbano. Nel Settecento un ramo si spostò nella casa palazziata di San Cataldo; un altro acquistò una casa palazziata alla Piazza.

Qui entra in scena, ancora una volta, il terremoto del 1857. Prima del sisma, tra 1853 e 1856, la casa fu restaurata e rimodernata; si dipinse una nuova galleria e si installò una ringhiera di ferro alla gradinata. Ma il terremoto rese l’edificio inabitabile: la famiglia si trasferì temporaneamente nelle botteghe di fronte. Nel 1860 la casa fu demolita e si gettarono nuove fondamenta; nel 1862 la famiglia rientrò nel palazzo ricostruito, completato nel 1863. È una cronologia che fa capire quanto la ricostruzione fosse un’impresa lunga e costosa, e quanto la “Brienza ottocentesca” sia anche figlia di quel cantiere diffuso.

Un dettaglio affascinante è l’indulto per un oratorio privato (1875): un piccolo “spazio sacro domestico” autorizzato con Breve Pontificio. Anche questo racconta un modo di vivere il palazzo: non solo abitazione, ma microcosmo familiare con funzioni sociali e religiose.


Palazzo Carbone: da magazzino del Marchese a palazzo moderno


Non tutti i palazzi nascono come residenze familiari. Palazzo Carbone, nella sua conformazione attuale, si definisce tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Prima era un magazzino del Marchese Caracciolo: deposito di grano, orzo, avena, olio e anche cantina. Un inventario del 1770 cita botti di vino collocate nel “Bottaro” del magazzino vicino la Taverna.

La funzione originaria si legge ancora in un elemento pratico: la larghezza del portone, più ampia di quella degli altri palazzi, pensata per far entrare i carri nel cortile. E sulla parete laterale, in alto, lo stemma lapideo dei Caracciolo ricorda il legame con la famiglia marchesale. È un esempio perfetto di come l’uso economico degli spazi (magazzino, cantina, taverna) abbia lasciato segni architettonici riconoscibili ancora oggi.


Palazzo Perrelli: origini, passaggi di proprietà e un prospetto “asimmetrico”


La famiglia Perrelli compare a Brienza nel 1783: Emanuele arriva dalla Calabria come salariato del Marchese Caracciolo, capo dei guardaboschi. È una storia di mobilità sociale: dal servizio al marchese alla stabilizzazione nel borgo. Ma l’attuale palazzo, costruito dopo il terremoto del 1857, probabilmente non era originariamente dei Perrelli.

Le note suggeriscono che l’abitazione originaria fosse una parte più piccola con accesso su via Roma (con data 1821 sul portale), in origine separata dal resto. Un indizio architettonico rafforza l’ipotesi: la facciata principale è asimmetrica, con più finestre a sinistra del portone che a destra. L’asimmetria, spesso, è la firma di un edificio cresciuto per addizioni successive.

C’è anche una possibile “preistoria” legata alla famiglia Sabbatella: un notaro e due preti, con case contigue a San Zaccaria già nel Catasto del 1746. Nel 1800 un testamento lascia la casa a eredi che probabilmente la vendono. È un esempio di come i palazzi cambino proprietari e identità, e di come la storia urbana sia fatta anche di passaggi silenziosi, registrati in atti e catasti.


Palazzo Paladini (già dei baroni Lentini): dal potere baronale all’acquisto borghese


Palazzo Paladini è legato per quasi due secoli ai baroni Lentini. La famiglia incrocia incarichi prestigiosi (Regio Doganiere) e una geografia ampia: Monopoli, feudi lucani, Napoli. Nel Catasto del 1746 si distinguono chiaramente due livelli: una casa di cinque stanze per un ramo familiare e un palazzo di venti stanze per il barone Cesare, con servitori al suo servizio. Numeri che parlano da soli.

A partire dal 1786 compare la famiglia del prete don Cataldo Paladino: il palazzo fu acquistato dai Lentini intorno al 1780. È un passaggio significativo: un grande edificio baronale entra nella disponibilità di una famiglia che, pur non nobile, riesce a raccogliere risorse grazie a incarichi e gestione delle rendite (il “conservatore” del marchese). Anche qui, il palazzo diventa il segno visibile di un cambiamento sociale.

E la memoria baronale resta anche nei luoghi sacri: nella chiesa di San Zaccaria esiste ancora la cappella di S. Gaetano di jus patronatus dei Lentini, con pietra tombale decorata. A Brienza, spesso, palazzi e chiese si rispondono: la storia delle famiglie è scritta sia nelle case sia nelle cappelle.


Porta di Fore (o della Piazza) e Palazzo del Chiazzino: quando la topografia diventa storia


Il borgo era difeso da tre porte, come ricorda un apprezzo del 1625: tra queste la Porta di Fore, o della Piazza, collocata nei pressi dell’attuale Piazza del Sedile. È un promemoria importante: prima di essere “scenografia”, la Piazza era un punto strategico di accesso e controllo.

Accanto a questi luoghi si colloca il palazzo del Chiazzino, la cui attribuzione familiare è complessa. Studi sul Catasto Onciario suggeriscono la probabile origine dalla famiglia Menafra. I Menafra, tra Seicento e primo Settecento, possedevano vari palazzi in diverse contrade; poi, nella seconda metà del Settecento, entrarono in difficoltà economiche e furono costretti a vendere. Il palazzo passò quindi ai Paternoster (ramo della Piazza) e, dopo l’estinzione di quel ramo, ai Marrone. È una piccola lezione di storia economica locale: anche le famiglie più influenti possono declinare, e gli edifici cambiano “bandiera” seguendo le fortune di chi li possiede.


Palazzo Labriola–Paternoster (Santa Maria): un palazzo “assemblato” nell’Ottocento


Qui il nome inganna: sarebbe più corretto parlare di Palazzo Labriola–Paternoster. A edificarlo, agli inizi dell’Ottocento, fu Cataldo Labriola, che unificò più unità immobiliari. Anche in questo caso l’architettura racconta la storia: mura perimetrali non perfettamente allineate, segno di accorpamenti successivi.

Il palazzo aveva un grande salone affrescato e una libreria di noce murata; oggi molto di quel fascino è perduto, ma restano i piani sottostanti con stalle, magazzini e forni: una vera “macchina domestica” autosufficiente, pensata per sostenere l’economia familiare. La proprietà passa poi ai Paternoster per successione, attraverso il matrimonio di Maria Serafina Labriola con Raffaele Paternoster.


Il terremoto del 1857: lo spartiacque che ridisegna Brienza


Se c’è un filo rosso che attraversa molte di queste storie, è il terremoto del 1857. In alcuni casi non provoca il crollo totale delle abitazioni, ma rende necessarie ricostruzioni profonde; in altri porta a demolizioni e rifondazioni. Il risultato è una Brienza che, nella seconda metà dell’Ottocento, si ricostruisce e si aggiorna: nuove facciate, nuove distribuzioni interne, ringhiere in ferro, gallerie dipinte, ampliamenti. Capire questo passaggio aiuta a leggere le differenze tra ciò che è “antico” e ciò che è “ottocentesco” anche quando convivono nello stesso edificio.


Come visitare questi luoghi oggi (con uno sguardo diverso)


Se passeggi per Brienza, prova a fare un gioco semplice: osserva i portoni (larghi o stretti), conta le finestre (simmetriche o no), cerca stemmi e date incise, immagina i cortili dove entravano i carri, pensa ai saloni affrescati e ai piani bassi con forni e magazzini. Ogni dettaglio può essere una traccia: di un mestiere (medico, notaro, farmacista), di un matrimonio strategico, di un cantiere lungo anni, di una ricostruzione dopo il sisma.

E soprattutto, ricorda che dietro ogni palazzo c’è una comunità: artigiani, muratori, scalpellini, carpentieri, famiglie che partono per Napoli e poi tornano, eredità divise e ricomposte. La storia locale non è “minore”: è la trama concreta con cui si costruisce la memoria di un territorio.


Nota storica: contenuti rielaborati in forma divulgativa da appunti storici a cura di Dino Collazzo


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