20 ottobre 1782: una lite di confine, violenze e giustizia tra Brienza e "il Sasso"
- brienza1799
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Ci sono pagine d’archivio che sembrano cronaca nera.
Un documento del 20 ottobre 1782 contiene una serie di attestazioni e testimonianze e ci conduce su un territorio di confine tra Brienza e il Sasso, tra campi coltivati, animali da soma, armi e – sullo sfondo – una giustizia "sbilanciata". È un racconto duro, ma prezioso: ci mostra come potevano nascere e degenerare le liti rurali nel Settecento e quanto contassero relazioni, incarichi e “protezione” locale.
Dove siamo: Ischia, tenimento del Sasso, al confine con Brienza
La scena si apre ad “Ischa”, nel tenimento del Sasso, contiguo a quello di Brienza. Qui, secondo la testimonianza, alcuni lavoratori (Antonio e Francesco Di Marsico) si trovano per la coltura del grano d’India, attività che li avrebbe impegnati per tutta l’estate, sulle terre di D. Angiolo Leopardi. È un dettaglio che ci ricorda la stagionalità del lavoro agricolo e la presenza di manodopera "a padrone" nei campi.

L’aggressione: percosse, uno schioppo fracassato e animali portati via
Il fatto centrale riguarda Nicodemo Marrone, di Brienza. Mentre trasportava “a capezza” due "borrichi" (ovvero, due asini; il termine borrico è un ispanismo) e una giumenta "arredenate" da Brienza a Ischa, fu sorpreso dai fratelli Saverio, Domenico e Angiolo, figli di Cataldo Lopardo "del Sasso". La descrizione è esplicita: Marrone fu percosso con l’“occhio di accetta” e colpito più volte alla testa con uno schioppo scarico ("senza adorno") appartenente a D. Angiolo Leopardi (il suo "padrone"), fino a ridurlo a pezzi. Quindi, gli aggressori si impadronirono delle "cavalcadure" e si allontanarono.
Prima però, consegnarono a Nicodemo una minaccia: se solo D. Angiolo avesse mosso un dito, lo avrebbero “fatto in pezzi”. Il motivo? Una lite pendente “fra loro” davanti a un tribunale superiore (il Sacro Real Collegio). Il documento lascia in tal modo intravedere un conflitto antico, che nei campi esplose in violenza.
Dalla querela alla controaccusa: Marrone finisce in carcere
Dopo l’aggressione, Marrone si recò nella Corte di Sasso (il "tribunale" dell'epoca) per querelare gli aggressori. Ma, secondo quanto “intesero” i testimoni, quella stessa sera Marrone fu rinchiuso nelle carceri criminali. È uno dei passaggi più inquietanti del documento: chi denuncia finisce in catene e la vicenda sembra ribaltarsi.

Pressioni sulle testimonianze: “deponi così, non com'è andata”
Il giorno successivo, uno degli aggressori (Saverio) si presentò ad Antonio Di Marsico, che aveva assistito ai fatti, minacciandolo di "essaminarsi contro il Marrone” (ovvero di testimoniare contro di lui). Ma Antonio raccontò il fatto “veridico”. Il governatore non volle ascoltarlo e pretendeva una versione diversa: voleva che dicesse che D. Angiolo avesse "insinuato al Marrone" di uccidere gli aggressori con lo schioppo che portava con sé. Antonio rifiutò di deporre il falso.
Questo passaggio ci fa comprendere quanto fosse fragile la posizione di un testimone: la paura del carcere, la pressione dell’autorità locale, il rischio di ritorsioni. In un mondo dove tutti si conoscono, dire la verità poteva costare caro.
Il ruolo di Saverio: “mastrodatti” e uomo d’armi della Corte
Antonio e Francesco Di Marsico attestarono, inoltre, che Saverio era il “mastrodatti” della Corte del Sasso (un funzionario della corte, legato alla gestione degli atti e delle procedure), non solo per "voce pubblica", avendolo visto “far tutto” in quella Corte. Affermarono che si faceva vedere spesso in giro con il governatore, armato di accetta e di schioppo. Anche il sacerdote Don Giuseppe Sproviero confermò di sapere bene che Saverio svolgesse quel ruolo, e di averlo visto più volte al fianco del governatore, sempre armato.
Il documento narra di un episodio precedente (avvenuto ad agosto di quell'anno): la "massaria" di D. Angelo Leopardi “scassata” al mattino, "una quantità" di porci "fugati" e perfino un calice sottratto dalla cappella. La Corte di Brienza era intervenuta per prenderne “l’ingenere” (cioè per avviare l'indagine).
Si tratta di un dettaglio che allarga lo scenario: non solo un fatto isolato, ma un clima di tensione e soprusi ripetuti.
Denaro, scarcerazione e una frase che pesa come un macigno

Don Giuseppe Sproviero raccontò un episodio personale: si era recato a Sasso per "ricomprare" una sua giumenta “predata” (ovvero, sequestrata). Lì aveva visto Saverio, sempre al lato del governatore, che prendeva la sua “rata” del denaro pagato per la scarcerazione di Nicodemo Marrone e per la riconsegna dei due borrichi.
È un passaggio che suggerisce un sistema di tangenti, intermediazioni e pagamenti legati alla libertà e alla restituzione dei beni.
Ancora più grave è la frase attribuita al governatore del Sasso: se i Lopardo avessero ammazzato Nicodemo “per dispetto” di D. Angiolo Leopardi, il governatore non ne avrebbe “nemmeno fatto parlare”.
Qui si percepisce tutto il senso di impunità e di potere arbitrario.
Minacce notturne a Brienza e “l’effetto” delle minacce
Il documento descrive un altro episodio avvenuto a Brienza, nell’Arco della Croce, verso le 23 circa dell’8 settembre: Don Giuseppe Sproviero affermò di trovarsi proprio davanti alla casa di D. Angiolo Leopardi che, rientrando dalla campagna, incontrò il governatore di Sasso e fu da lui minacciato: “te ne faccio partire” e "i tuoi animali me li voglio far mangiare dalla Corte del Sasso". Tutto perché D. Angiolo aveva avuto "lo spirito" di far arrestare Cataldo Lopardo e i figli (i clienti del governatore) dal Mastro di Fiera di Sasso.
Don Giuseppe collegò allora quelle minacce, udite con le sue orecchie, alla carcerazione di Nicodemo, alla sottrazione delle "calacadure" e ai maltrattamenti subiti.
In altre parole: le parole diventarono fatti.
Una storia "minima" che ci racconta molto
Letto oggi, il testo del 1782 è uno spaccato di vita quotidiana e di conflitto sociale.
esso ci parla dell'importanza che nell'economia agraria di quel tempo assumevano confini e tenimentI: la terra era al centro di liti e di contese. Il riferimento ai "borrichi" e alla giumenta rivela quanto essi fossero vitali. Il clima di violenza e di intimidazione è pesante; la giustizia e il potere locale sono al cento di corruzioni, partigianerie e soprusi. La verità era un terreno pericoloso e i testimoni erano esposti a ogni genere di pressione.
La storia non è fatta solo di grandi eventi: è fatta anche di liti, soprusi, paure e resistenze quotidiane. E quando un documento conserva nomi, luoghi e parole, ci permette di avvicinarci – senza filtri – alla voce di chi, in quel momento, cercava semplicemente giustizia.
Fonte: trascrizione/estratto del documento datato 20 ottobre 1782 - atti notaio De Nigris (testimonianze e attestazioni su fatti avvenuti tra Brienza e il Sasso).



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