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Brienza nel 1822, fra case famiglie e rue

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Tempo di lettura: 9 min

Un viaggio nello Stato delle Anime attraverso 999 nuclei domestici e le persone del convento


Immaginiamo di accompagnare chi compila lo Stato delle Anime. Si entra in una casa, si chiedono i nomi, si ricostruiscono parentele. All’interno, possono comparire una coppia, figli già adulti, una madre vedova, un fratello sacerdote, una nuora con i suoi bambini. Poi si passa alla casa successiva. Le pagine si riempiono e finiscono per restituire una parte della vita di un paese.

Brienza del 1822 emerge così dall’archivio dell’Associazione Brienza 1799: 999 nuclei domestici, ai quali si aggiunge un elenco di 19 persone del convento. La trascrizione digitale comprende 4.368 schede personali, di cui 4.349 associate ai nuclei domestici. Sono le dimensioni dell’archivio esaminato, non un totale demografico definitivo: nel nucleo familiare possono figurare anche persone assenti, mentre qualche relazione resta da chiarire.

Il registro fu chiuso in un giorno preciso: «Terminato oggi 30. 9mbre 1822», ossia 30 novembre 1822, con la firma dell’arciprete Saverio di Rosa. L’elenco conventuale reca inoltre l’attestazione del 14 luglio 1823. Anche questo dettaglio ci avverte che una fonte storica può avere tempi di compilazione e di verifica diversi.

Cominciamo dalle strade. Poi varchiamo le porte.


Illustrazione evocativa generata con IA: scena immaginata ispirata al registro, non ricostruzione documentaria di un luogo o di persone identificabili.
Illustrazione evocativa generata con IA: scena immaginata ispirata al registro, non ricostruzione documentaria di un luogo o di persone identificabili.

Il paese visto attraverso le rue


La località con più famiglie è Maruggi: 164 nuclei, pari al 16,4% dei 999 nuclei domestici. Seguono Spineto e Maschito, con 104 ciascuna. Queste tre denominazioni raccolgono insieme 372 nuclei, il 37,2% del totale. Archi ne conta 76, San Martino 75; Portella e San Michele 50 ciascuna.

Il grafico conserva tutte le denominazioni presenti nell’archivio. Non fonde Portella con Portello, né Croce con Santa Croce; mantiene anche la voce mista «Croce / Sant’Antonio». Sono distinzioni della trascrizione che occorre rispettare prima di sovrapporre alla geografia del registro una mappa moderna. Tre nuclei non hanno una località compilata.

Questi numeri misurano la distribuzione dei nuclei registrati, non la densità edilizia: non conosciamo qui l’estensione delle diverse zone, né possiamo equiparare automaticamente ogni nucleo a un edificio distinto. Ci consegnano tuttavia una geografia umana. Maruggi occupa molto spazio nelle pagine; San Pietro, con tre nuclei, ne occupa pochissimo. Anche una denominazione minuta conserva il ricordo di un modo di orientarsi nel paese.


Intero insieme dei 999 nuclei domestici; convento escluso. Grafie abbreviate sciolte soltanto nelle etichette del grafico.
Intero insieme dei 999 nuclei domestici; convento escluso. Grafie abbreviate sciolte soltanto nelle etichette del grafico.

Signori, mastri e poveri


La prima sorpresa riguarda le famiglie che all’epoca si usava definire “magnifiche”. Nella trascrizione del 1822 la qualifica di magnifico non compare mai. Compaiono invece don, donna, signore e signora. È scorretto distribuire patenti di nobiltà sulla sola base di questi appellativi; è invece possibile osservare come il registro renda visibile il riguardo sociale.

A Maruggi troviamo il signor Antonio Labriola, con il fratello Mario, nel nucleo 754; il signor Feliciano Mangieri, con la moglie Angela Labriola, nel 755; e don Prospero Iannelli, nel 756. La successione delle schede suggerisce una concentrazione di famiglie titolate in quel tratto del registro. Non dimostra, da sola, l’esistenza di un quartiere signorile.

Nel Fosso di Maschito, il nucleo 558 di Filippo Restaino mostra quanto i titoli potessero estendersi alla parentela: la moglie Maria Teresa Gifuni, la madre Veneranda e i fratelli sono accompagnati nelle annotazioni da don o donna. A San Zaccaria, nella casa del medico Antonio Paladino, n. 953, il trattamento riguarda anche i figli. Il prestigio familiare si esprime dunque anche nelle parole con cui i più giovani vengono registrati.

Nel campo dei titoli si riconoscono 30 mastri, 13 preti, sacerdoti o arcipreti e 4 signori o signore. Sono conteggi di qualifiche registrate, non classi sociali complete: un sacerdote può essere anche don, un mastro può possedere beni e il titolo non ci dice quanto guadagni una persona.

Le professioni danno altri volti al paese. Vincenzo Arnone, n. 49, e Domenico Antonio Menafra, n. 615, sono notai; Saverio Paladino, n. 561, è speziale. A San Michele, Cesare Altavista, presente nella casa del sacerdote Rocco Lentini, n. 222, è indicato come dottore fisico. Il semplice “dottore” di altri nominativi, invece, non va automaticamente tradotto in “medico”.

All’inizio del registro, Cataldo Marriello, n. 1, è insieme bracciale e possidente. Le due qualifiche convivono nella stessa persona: il lavoro delle braccia e il possesso non si escludono. Poco più avanti, Giuseppe Lavecchia, n. 12, quarantaquattrenne, è esplicitamente detto povero. Con lui sono registrati Angela Lopardo e tre figli: Saverio, Cataldo e Giovanni. La povertà acquista nomi e legami familiari.

Non possiamo però dire che a Brienza vi fosse un solo povero. Per 907 persone principali su 999 il campo del titolo è vuoto; informazioni ulteriori possono essere nelle note, e il silenzio del registro non certifica il benessere. È questo il motivo per cui una torta statistica di “ricchi e poveri” darebbe un’immagine ingannevole.


Quante persone dietro una porta


Le 4.349 schede associate ai nuclei domestici danno una media di 4,35 persone per nucleo. La dimensione più frequente è di tre persone, presente in 174 nuclei; 772 nuclei, il 77,3%, ne hanno da due a sei. La grande casa piena di parenti esiste, ma non riassume da sola l’intero paese.

All’altro estremo, 64 nuclei sono costituiti da una sola persona. Sarebbe suggestivo immaginare 64 persone completamente sole; sarebbe anche una conclusione troppo rapida. L’assenza di conviventi nella struttura può riflettere la situazione domestica, ma anche una descrizione incompleta. Per questo il grafico conta le schede associate, senza trasformarle automaticamente in residenti effettivi.

Il nucleo più ampio è quello di Prospero Iannelli, n. 756, a Maruggi: 15 persone. Vi compaiono figli, due sacerdoti, due coppie e nipoti. Giuseppe e Francesco sono sposati rispettivamente con Maria Rosa e Maria Amalia Albani: due sorelle provenienti da Vignola (l’odierna Pignoal). Due fratelli e due sorelle intrecciano così i loro rami nella stessa casa familiare.

Anche mastro Felice D’Elia, n. 879, alla Taverna, ha un nucleo articolato: tredici persone registrate, fra cui otto figli, una nuora e due nipoti. La famiglia estesa attraversa ambienti diversi; non appartiene soltanto alle case “titolate”.


Conteggio delle schede associate a ciascun nucleo; non misura certificata delle persone fisicamente presenti nella casa.
Conteggio delle schede associate a ciascun nucleo; non misura certificata delle persone fisicamente presenti nella casa.

Dieci figli e ventuno anni di distanza


La casa di Antonio Paladino e Maria Antonia Restaino, n. 953, offre uno dei ritratti più vividi: dieci figli elencati, da Raffaele, di 23 anni, a Concetta, di 2. Fra il maggiore e la minore corrono ventuno anni. Sotto lo stesso numero troviamo persone ormai adulte e bambini piccoli: “figlio” indica un rapporto di parentela, non una classe d’età.

A Maruggi, Cataldo Collazzo e Catarina Di Fiore, n. 683, hanno nove figli: Pasquale, Raffaele, Michelangelo, Rosa, Teresa, Antonia, Giacomo, Domenico e Donato.

Allo Spineto, Cataldo Di Vito e Catalda Nigro, n. 475, hanno otto figli, dai 26 anni di Antonio ai 4 di Domenico. Il grafico confronta questi casi con la famiglia D’Elia e con i tre figli del “povero” Giuseppe Lavecchia. Sono esempi scelti per raccontare situazioni diverse, non un campione rappresentativo con cui calcolare la fecondità del paese.

Un registro di questo genere fotografa i figli menzionati nel nucleo. Non conta necessariamente tutti quelli nati dalla coppia: possono mancare figli morti, trasferiti o sposati altrove. E la scheda 975 di Nicola Loisi, a Portello, conserva perfino due figli chiamati Raffaele, attribuiti a letti diversi. Il dato va mantenuto e studiato, senza inventare una spiegazione per renderlo più ordinato.


Cinque casi documentati, selezionati a scopo narrativo. Figli elencati nel nucleo, non totale dei figli avuti.
Cinque casi documentati, selezionati a scopo narrativo. Figli elencati nel nucleo, non totale dei figli avuti.

Le donne e le famiglie che cambiano


Fra le 999 persone principali, 126 sono donne: il 12,6%. La definizione digitale di “persona principale” non attribuisce automaticamente un ruolo giuridico o economico di capofamiglia; ci dice chi apre la scheda. È comunque un punto di osservazione prezioso, che evita di lasciare le donne sullo sfondo.

Alla Taverna, Carmela Mangieri, n. 901, qualificata “signora”, è registrata con le sorelle germane Maria Giuseppa e Anna. Le età annotate sono 71, 63 e 55 anni. La casa è qui una convivenza fra sorelle, lontana dall’immagine unica della coppia con bambini.

Nel nucleo 959 di Giovanni Altavista, a San Zaccaria, incontriamo Saveria Restaino, vedova, indicata nelle note come “serva”, con i figli Raffaele e Colomba Lovito. Il rapporto di servizio entra nella storia della famiglia insieme alla maternità e alla vedovanza. Nel nucleo 617, invece, Vincenza Spera, proveniente da Sant’Angelo le Fratte e stabilita da anni a Brienza, è descritta come probabilmente al servizio: quella parola va conservata, perché distingue un’ipotesi da una qualifica certa.

Vi è poi una frase che interrompe qualunque rappresentazione troppo pacificata della vita domestica. Della moglie di Giuseppe Spolzino, n. 831, Rosaria Giaricristiano, si annota che “si è divisa da lui e abita a San Michele”. Il registro conserva il legame familiare e insieme segnala una diversa residenza. Non conosciamo le ragioni della separazione. Sappiamo però che la storia di quella casa non può essere ridotta a una coppia semplicemente convivente.

I bambini affidati ad altre case affiorano nelle qualifiche di esposta ed esposto: Maria Raffaela nel nucleo 24 di Carmine Laurenza; Fortunata Maria, di sei anni secondo le note, nel 524 di Michelangelo Nigro; Nicola Maria nel 428. Queste parole documentano la presenza di esposti nei nuclei, senza chiarire da sole modalità e durata dell’accoglienza.

Infine, Maria Lovito, n. 100, potrebbe essere indicata come “mammana”, cioè levatrice. La lettura resta accompagnata da un punto interrogativo. Se confermata, offrirebbe una traccia del lavoro femminile intorno alla nascita; per ora è una pista da verificare, non una professione da contare come certa.


I sacerdoti dentro le famiglie e il convento


Il clero non vive soltanto negli edifici religiosi. Lo troviamo dentro reti di fratelli, nipoti, madri e cognate. L’arciprete Saverio di Rosa, n. 361, agli Archi, è registrato con sei nipoti, tra i quali un altro sacerdote, Giuseppe. Cataldo Lopardo, n. 93, a San Martino, condivide il nucleo con la cognata vedova e i figli di lei. Nel nucleo 18 di Giuseppe Antonio Lovito, alla rua Nuova, compare il fratello Cataldo, sacerdote e cantore.

I campi dei titoli individuano 19 persone esplicitamente qualificate come prete, sacerdote o arciprete, delle quali tredici aprono un nucleo. Non è il totale definitivo del clero: per esempio don Pasquale Laurenza, nel nucleo 884, è detto prete nelle note. Altri ecclesiastici e gradi degli ordini compaiono con formule differenti. Don, da solo, non basta a contare un sacerdote.

A San Cataldo, nel nucleo 873 di Domenico Antonio Paternoster, le note distinguono Gaetano, suddiacono, e Giovanni Battista, accolito. Nella famiglia del mastro Felice D’Elia, n. 879, Giuseppe è suddiacono. Sono dettagli che mostrano percorsi ecclesiastici all’interno di famiglie diverse; non consentono di dedurre, senza altre fonti, le motivazioni di quelle scelte.

L’elenco del convento apre una finestra separata: 12 monaci, 6 laici e un terziario. Dodici dei diciannove sono indicati come provenienti da Brienza; gli altri da Moliterno, Atena, Sala, Pietrafesa, Salvia e Casaletto. Salvia ricorre due volte. Qui il nome del luogo segue il nome personale e non va scambiato per un cognome.

La breve annotazione “decrepito” accanto a Michele di Sala fa affiorare anche la fragilità dell’età. Non sappiamo quanti anni avesse, né dobbiamo attribuirgli una diagnosi. Basta quella parola a ricordarci che dietro l’elenco delle qualifiche vi erano corpi, bisogni e persone anziane.


Cognomi familiari e strade che arrivano da lontano


Fra le persone principali il cognome più frequente, nella grafia trascritta, è Lopardo: 95 nuclei. Seguono Paladino con 50, Di Mare con 42 e Sabbatella con 40. Il grafico mostra i primi dieci cognomi: conta gli intestatari delle schede, non tutte le persone che portano quel cognome e neppure altrettante famiglie genealogiche indipendenti.


Grafie dell’archivio mantenute distinte. L’omonimia non prova la parentela.
Grafie dell’archivio mantenute distinte. L’omonimia non prova la parentela.

La ricorrenza dei cognomi suggerisce continuità locali da approfondire attraverso i collegamenti fra annate. Ma il registro conserva anche una Brienza attraversata da relazioni esterne. Maria Teresa Gifoni, moglie di Filippo Restaino nel nucleo 558, proviene da Lucera. Maria Catarina Pessolano, nel nucleo 218 dei Paternoster, da Atena. Marianna Marotta, nel nucleo 873, è indicata di Vibonati. Le sorelle Albani della casa Iannelli vengono da Vignola.

Queste provenienze non formano un censimento completo dell’immigrazione e non hanno tutte la stessa formulazione. Mostrano però che la storia delle case di Brienza si può seguire anche lungo le strade che portano fuori dal paese. Le mogli, in particolare, rendono visibili rapporti che una ricerca limitata al cognome della persona principale lascerebbe facilmente in ombra.


Una data impossibile e una storia ancora aperta


Nell’ultimo nucleo numerato, il 976 di don Saverio Bruno, a Portello, compare Raffaele Collazzo. Le note conservano per lui una data impossibile: 31 giugno 1798. Non va corretta scegliendo il giorno che sembra più plausibile. È una piccola incrinatura nella precisione apparente del registro e un invito a cercare il battesimo o un’altra attestazione.

La stessa cautela riguarda le età. Il campo numerico è compilato in 1.729 schede su 4.368, il 39,6%; altre età sono conservate nel testo delle note. Una piramide demografica costruita soltanto con i campi numerici rappresenterebbe un insieme incompleto e diseguale. L’archivio permette già molti confronti, ma alcuni richiedono ancora di trasformare con cura le annotazioni in dati verificati.

Resta, intanto, una folla riconoscibile: il medico con dieci figli elencati, le sorelle anziane che abitano insieme, il sacerdote nella casa dei parenti, la vedova che lavora come serva, la moglie che abita altrove, il bambino esposto, le donne arrivate da altri paesi. I titoli indicano distanze sociali; le relazioni ci mostrano come quelle vite si intrecciano.

Rileggere gli Stati delle Anime significa restituire a quelle persone una parte della loro presenza. Cercando un antenato incontriamo anche i suoi vicini, chi entrò nella sua famiglia, chi ne uscì e chi vi trovò posto. È in questo passaggio dal nome alla casa, e dalla casa al paese, che la Brienza del 1822 torna a essere una comunità da conoscere.



VISITA L'ARCHIVIO DEMOGRAFICO DI BRIENZA 1799



Fonte e criteri di lettura

Elaborazione del 27 settembre 2026 sull’intero dataset del 1822 nel ramo principale del repository dell’Archivio Stati delle Anime di Brienza, a cura di Dino Collazzo per l’Associazione Brienza 1799. Sito: https://archivio-stati-anime-brienza.associazione-brienza-1799.workers.dev/

Sono stati considerati tutti i 999 identificativi di nucleo con una persona principale, più il gruppo conventuale distinto. I numeri originali, che arrivano a 976 e includono ripetizioni, non sono stati usati come conteggio dei nuclei. I grafici territoriali contano i nuclei; quello delle dimensioni conta le schede personali associate; quello sui figli riguarda cinque casi esplicitamente selezionati; quello dei cognomi considera soltanto le persone principali.

I numeri descrivono la trascrizione digitale consultata. Le note del curatore sono state distinte dalle annotazioni attribuite alla fonte. I campi vuoti non sono stati trasformati in assenze certe di mestieri, figli o condizioni sociali. Non sono stati calcolati tassi di povertà, natalità, mortalità o fecondità. Le illustrazioni non costituiscono fonti storiche.



 
 
 

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