Il testamento di don Cataldo Lovito (1855): fede, famiglia e carità nella Brienza dell’Ottocento
- brienza1799
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Un testamento “olografo”: la voce diretta di chi scrive
Don Cataldo Lovito scrisse, il 15 marzo 1855, il suo “olografo testamento”, cioè redatto, datato e sottoscritto di suo pugno. È perciò una voce diretta, senza filtri di terzi. Il tono è di chi vuole prevenire “discordia e liti” tra gli eredi, ma anche di chi sente il bisogno di affidarsi a Dio e alla Madonna, “potentissima avvocata”.

La sepoltura: la Chiesa Madrice, il Campo Santo e la tomba dello zio Arciprete
Don Cataldo era "sacerdote partecipante di questa Chiesa parrocchiale, domiciliato alla strada San Sebastiano". Nel primo punto del testamento egli dispose in ordine al rito funebre e alla sepoltura. Lovito chiese che le pompe funebri fossero celebrate nella Chiesa Madrice di Santa Maria Assunta e che il corpo fosse portato al Campo Santo, nella sepoltura dove riposavano le “sacre ceneri” dello zio Arciprete. Il riferimento al Campo Santo deve essere chiarito, perché nel 1855 non esisteva ancora un cimitero a Brienza. Com'è noto, con l'Editto napoleonico di Saint Cloud era stata imposta la costruzione dei cimiteri al di fuori dai centri abitati, vietando così la sepoltura nelle chiese. Tale nuova normativa fu estesa al Regno di Napoli a settembre del 1806. Tuttavia, il cimitero a Brienza fu costruito solo nei primi anni del XX secolo. È pertanto plausibile pensare che don Cataldo si riferisse ancora alla sepoltura, riservata al clero, esistente nella Cappella dei Morti della cripta di Santa Maria. Don Cataldo aggiunse perciò un'altra clausola: se le leggi napoleoniche fossero, nel frattempo, venute a effetto, il suo cadavere avrebbe dovuto essere "portato con tutta la decenza e religione cristiana”. Evidentemente, dunque, già quando egli scrisse il suo testamento, il problema era stato posto all'ordine del giorno.
Messe e suffragi: 300 messe in un anno e un altare privilegiato
Il secondo punto è un vero programma spirituale. Lovito volle che la mattina del decesso, con il "cadavere presente" e in altare privilegiato, si celebrassero quante più messe piane possibile “alla ragione di carlini due” ognuna. Dispose poi che, nello spazio di un anno, fossero celebrate altre 300 messe piane: 100 “secondo la mia intenzione” e 200 “per suffragio dell’anima mia”. Per coprire le spese, destinava la rendita che gli spetteva dalla Chiesa (in denaro o in "generi", ovvero in beni in natura).

La carità in grano: 712 tomoli subito e distribuzioni per dieci anni
Un capitolo importante riguarda la carità. Don Cataldo dispose che, a un mese dalla sua morte, fossero distribuiti ai poveri 712 tomoli di grano "prendendolo dal mio magazino". Dispose inoltre che per 10 anni, a Natale, a Pasqua e a Carnevale, fosse donato un tomolo di grano "per ogni volta de’ detti giorni,ed elassi gli anni stabiliti mi rimetto alla pietà e carità che dovranno sempre usare i miei successori verso de’ poverelli ordinando il Signore a non dimenticarsi di essi".
Per capire il peso di queste righe, basta ricordare che il grano non è un simbolo: è pane, sopravvivenza, sicurezza. Un lascito in grano è un intervento concreto sull’economia quotidiana della comunità.
Le eredi: due sorelle come “due madri affezionate”
Il cuore del testamento è quello in cui Lovito istituì eredi universali e particolari le sorelle Angelarosa e Antonia Lovito. Le motivazioni erano personali e fortissime: dopo la separazione “capricciosa” dei fratelli, le sorelle avevano vissuto con lui “in pace” e lo avevano amato e trattato “quali due madri affezionate”. Per questo dispose che fossero ugualmente proprietarie e usufruttuarie, durante la loro vita, di tutti i beni: mobili e immobili, oro e argento, crediti e diritti, beni acquistati e beni ereditati dai genitori o ricevuti dallo zio Arciprete. Pose però anche condizioni: Antonia non avrebbe dovuto separarsi da lui prima della morte “per qualche capriccio” suo o del marito Giuseppe Scelzo; e le due sorelle non avrebbero dovuto mai separarsi. L’idea è chiara: mantenere una “società” familiare stabile, capace di gestire beni e responsabilità.
Un progetto educativo: due nipoti, una vocazione e una professione
Nel testamento entra anche il futuro: Lovito chiese alle sorelle di curare l’educazione e la “situazione” dei due nipoti, Catalduccio e Domenico, figli di Antonia e Giuseppe Scelzo. Il desiderio è esplicito: uno dei due dovrebbe farsi sacerdote, l’altro “figurare” nella società con una professione civile “onesta e lucrosa”. È un passaggio che racconta bene le aspettative di un sacerdote ottocentesco: la vocazione religiosa come continuità familiare e la professione come rispettabilità e stabilità economica.
Lovito era previdente e non omise di considerare anche un piano alternativo: se uno dei nipoti non fosse diventato sacerdote e l’altro si fosse dato ai vizi, dopo la morte delle sorelle i suoi beni andavano divisi in parti uguali tra i figli degli altri fratelli (Giulio, Vito, Angelomaria, Antonia). Era un modo per legare l’eredità non solo al sangue, ma alla condotta e al progetto di vita.

Legati religiosi e obblighi verso il Clero di Brienza
In un altro capitolo del testamento, Lovito chiese alle eredi di adempiere a quanto previsto nel testamento dello zio Arciprete: versare il denaro al Clero per l’esecuzione dei legati. Vi aggiunse un nuovo impegno: che nei giorni festivi di doppio precetto si celebrasse una messa piana “pro pluribus defunti” al tocco di mezzogiorno, con "stipendio di carlini tre". Dispone infine anche due messe nelle “tre chiese” a suffragio dell’anima sua nell'anniversario della morte. È un intreccio tipico: memoria familiare, liturgia e istituzioni ecclesiastiche locali.
I legati ai fratelli: terreni, olio e un trappito per le olive
Lovito assegnò alcuni terreni ai fratelli Giulio e Vito, con precise indicazioni toponomastiche (Valle Lumera, Scararazzo, Fosso…). Il senso è chiaro: la terra restava un bene fondamentale ed era distribuita con precisione notarile, citando confini e luoghi noti in paese. Dispone anche una rendita in natura: ogni anno 4 rotoli di olio al fratello Vito e 2 rotoli alla sorella Angelamaria, per tutta la loro vita. Concesse a Giulio il diritto di macinare gratis le sue olive nel “nostro trappito” (frantoio), entro un certo limite (tomoli 8), "e ciò per non chiamare altre persone a macinare gratis". È un dettaglio che fa sorridere, ma è anche una regola economica: la generosità deve avere confini, per non diventare un precedente incontrollabile.
Beni mobili, libreria e oggetti “per il nipote sacerdote”
Lovito descrisse accuratamente il patrimonio domestico e agricolo: semoventi, vasi vinari, pannamenti, lardo, olio, vino, lana, lino, formaggio, grano, raccolti pendenti e mobili di casa. Questi beni erano destinati alle eredi, con un’eccezione significativa: la libreria con tutti i libri e alcuni oggetti (come gli orologi di camera e "di sacca") spettavano al nipote che si fosse fatto sacerdote. In caso contrario, quegli oggetti dovevano essere dati alla Chiesa, con l’obbligo per il Clero di celebrare tre messe piane ogni anno . Anche qui, la cultura (i libri) e la religione (le messe) si tengono insieme.

Gli esecutori testamentari: una rete di fiducia
In chiusura, Lovito revocò ogni altro testamento e nominò tre esecutori testamentari, tutti sacerdoti e “ottimi amici”: D. Gaetano Paternoster, D. Giuseppe Viscardi e D. Domenico Pizzicara. È un’ultima fotografia della rete di fiducia: per far rispettare la volontà, serve qualcuno che abbia autorevolezza e conoscenza del contesto locale.
Perché questo testamento è importante (anche oggi)
Il documento del 1855 ci restituisce una Brienza fatta di strade (San Sebastiano), luoghi di culto (Chiesa Madrice, altari privilegiati, altre chiese), economie concrete (magazzini di grano, olio, frantoio), legami familiari complessi e un’idea forte di responsabilità verso i poveri. È una pagina che unisce spiritualità e amministrazione, affetto e regole, carità e prudenza. In fondo, è la prova che la storia locale vive di dettagli: in un tomolo di grano, in un rotolo d’olio, in una libreria destinata al nipote, in una messa da celebrare “al tocco di mezzogiorno”.
Fonte: “Testamento Cataldo Lovito, 1855” (trascrizione/estratto). Arch. Dino Collazzo



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