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1756: il Clero di Brienza contro il Marchese Caracciolo. Una lite per terre, diritti e memoria

Tra le carte che raccontano la storia di Brienza, ce n’è una che colpisce per chiarezza d’intenti e forza narrativa: “Fatto e ragioni per il reverendo Clero e Capitolo della Terra di Brienza contro l’Illustre Marchese di detta Terra D. Letterino Caracciolo”, stampata a Napoli il 15 maggio 1756. Si tratta di una dotta memoria difensiva, redatta per sostenere davanti al Sacro Regio Consiglio le ragioni del Clero di Brienza contro il signore feudale, accusato di aver sottratto terre e frutti che, secondo la Chiesa locale, le spettavano “jure dominii aut quasi”.

È un documento prezioso perché mette in scena, con nomi, luoghi e numeri, un conflitto tipico dell’età moderna: la tensione tra potere baronale e istituzioni locali, in questo caso ecclesiastiche, su beni e rendite.


Il frontespizio della memoria difensiva
Il frontespizio della memoria difensiva

Le terre contese: Mancabernardo e i “sette pezzi”


Il cuore della controversia erano alcuni terreni posti nel demanio della terra di Brienza, nella contrada Mancabernardo, per una capacità complessiva di circa 206 moggia (o tomoli). I nomi sono tutti riportati con precisione, quasi a voler fissare una geografia della memoria: Valle la Teglia (di circa 77 moggia), Lo Perillo (40), Li Sogli o lo Pennino (26), Lo Provenzale (15, con fontana sorgente), Albanello (17, con fontana), Valleconforto (6) e Mancabernardo o Pezza di S. Maria (22)

Il Clero sosteneva di averli posseduti da tempo immemorabile e concessi a fittavoli, riscuotendo due entrate fondamentali: il terraggio (“di ogni dieci uno”), cioè una decima sui frutti spettante al padrone; e una decima ecclesiastica legata all’amministrazione dei sacramenti (indicata come “quattro per cento”).


Il punto di rottura: l’occupazione del 1702


Nel 1702, il marchese D. Giuseppe Caracciolo decise di usare quei terreni per i propri armenti. Fece intimare ai coltivatori di lasciarli liberi, promettendo di corrispondere al Clero quanto essi pagavano. La maggior parte obbedì “per timore”. Un sacerdote, D. Biase Lentino, tuttavia, volle resistere. La reazione del marchese fu immediata: devastò il "coltivo" nelle sue terre e se ne impadronì.

Don Biase ricorse alla Vicaria in criminalibus; il giudice D. Francesco Resta fece un accesso sui luoghi e il marchese fu condannato alla refezione (cioè, al ristoro) dei danni. Lungi, però, dal reintegrarlo nel possesso, il marchese continuò a goderne, rifiutandosi di pagare l'estaglio promesso (ovvero il canone di fitto). Col tempo le terre, non più coltivate, diventarono “boscose e piene di alberi di ghiande”.

Emerge come la forza del barone fosse un fatto sociale, capace di piegare consuetudini e diritti, anche quando esistevano documenti e testimonianze.



Dopo Giuseppe: Domenico e Letterino


Alla morte di Giuseppe (nel 1719), subentrò il figlio D. Domenico Caracciolo. Il Clero richiese allora che restituisse le terre o pagasse il giusto canone; Domenico concesse un estaglio annuo di 30 tomole di grano, con l’idea di censuare i terreni e tenerli “ad affitto triennale”. Dal documento si evince che il clero non avesse modo di opporsi alla richiesta: era una richiesta fatta “coll’autorità di Barone”.

Fu poi la volta di D. Letterino Caracciolo, adolescente e perciò ancora sotto la tutela della nonna, la marchesa D. Teresa Pinto. Il Clero sperò che, dalla “pietà” di una dama “tenera di coscienza”, ottenesse la libertà di affittare i terreni e il pagamento regolare dell'affitto, che invece cessò del tutto.


La causa nel Sacro Consiglio (1735) e il decreto


Il 26 ottobre 1735 il Clero si appellò al Sacro Consiglio chiedendo che gli fosse riconosciuto il diritto di disporre liberamente dei terreni. Il marchese avrebbe dovuto lasciarli “vacui ed espediti” alla fine di agosto 1736, condannato al pagamento delle 30 tomole annue arretrate e anche del dippiù che i terreni avrebbero reso.

Un decreto, pur rinviando la questione della restituzione al prosieguo, riconobbe al Clero il diritto di esigere dal marchese le 30 tomole annue di frumento a partire dal 1735, “donec aliter fuerit provisum”.

La proprietà, dunque, rimase contesa, ma la giustizia riconobbe il diritto al canone, in attesa della decisione finale.



Le prove del Clero: inventari medievali, platee e testimoni


La memoria evidenzia tutte le prove a favore del clero: inventari e platee antichissimi (1222, 1432, 1450); un “Compasso” (o Catasto) estratto dall’archivio della Camera Marchesale; un’istanza “protestativa” relativa all’apprezzo del feudo del 1645; le testimonianze di cittadini anziani; il racconto dell’occupazione violenta del 1702. Il testo sottolinea, inoltre, che le 30 tomole rappresentavano solo un acconto, ma non il prezzo equo per l'affitto e che dunque quella misura del canone era stata frutto di coercizione.


Le opposizioni del Marchese: “cartule” e difesa baronale


Il marchese (ma più corretto sarebbe dire la nonna, donna Teresa Pinto, donna di polso e di grande carattere) contestò la validità di tutte le scritture, tanto antiche da non poter essere affidabili, definendole “cartule”. Quei terreni erano al centro di una difesa baronale (il Perillo o la Piana del Cornito), e incongruenti erano i nomi e le estensioni nei documenti prodotti dal clero. I preti ribadirono il carattere violento dello spoglio e il valore indiziario delle prove antiche, soprattutto se sostenute dal possesso continuo e dai testimoni.


Perché questo documento conta ancora


Al di là dell’esito finale della contesa, la memoria del 1756 apre uno squarcio sulla toponomastica e sul paesaggio agrario di Brienza, sulla sua economia rurale (terraggio, decime, affitti in grano), sui rapporti di forza tra comunità, Chiesa locale e signoria feudale, e sulla cultura giuridica del tempo.

È anche un testo che è testimonianza di memoria collettiva: il Clero non difendeva solo una fonte di reddito, ma un’idea di continuità (“antico, antichissimo ed immemorabile possesso”) e di legittimità fondata su secoli di carte e pratiche.


Una traccia per leggere Brienza oggi


Rileggere queste pagine significa riconoscere che i luoghi non sono solo geografia: sono storia sedimentata. Nomi come Valle la Teglia, Albanello, Mancabernardo non sono semplici indicazioni: sono capitoli di una lunga contesa su chi avesse diritto di coltivarle, pascolarvi, riscuotere decime, amministrarle.

Ci racconta, infine, come il potere baronale fosse certamente dispotico e violento. La comunità, però, non era né passiva né succube. Sia la Chiesa (come in questo caso), sia l'Università (ovvero l'amministrazione civica) sfidarono spesso i marchesi Caracciolo, contestandone prepotenze e soprusi. Il prezzo fu in ogni caso enorme, giacché le spese per sostenere le cause dinanzi ai tribunali di Napoli ricadevano tutte sulle spalle dei cittadini oppressi e già sfiancati da una folla di tasse e balzelli.


Nota sull’autore: Antonio Menafra


Il testo è firmato dall'autore:Antonio Menafra. La stampa a Napoli e l’impianto argomentativo — fatto di citazioni, richiami a decreti, testimonianze e scritture antiche — suggeriscono una figura adusa alla scrittura giuridica e alle pratiche dei tribunali del Regno.


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